Filosofi a propria insaputa
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di Riccardo Bianchini
Si può svolgere bene un’attività senza essere consapevoli di quali siano le condizioni per svolgerla bene? Sì, è possibile. Gesti appresi e ripetuti in modo meccanico posso essere svolti correttamente senza spendere nemmeno un minuto a riflettere su cosa si stia facendo. Perlomeno se diamo alla parola “correttamente” un significato che si accontenta del risultato esteriore e immediato.
Se però il gesto, l’azione, l’attività quotidiana in cui siamo impegnati viene messa sotto i riflettori interiori dell’attenzione, si apre la possibilità di svolgerla ancora meglio. Di più: si apre la possibilità di iniziare a riflettere su quali siano le condizioni che rendono possibile svolgere meglio quella stessa attività. Credo sia un’esperienza diffusa: fare un passo oltre la ripetizione dei gesti appresi e interrogarsi, anche quasi senza rendersene conto, su come poter fare meglio quello che si sta già facendo.
Per esempio, un conto è correre così come ci viene da fare spontaneamente, altro conto è la cura che uno sportivo professionista mette nel migliorare ogni dettaglio dei propri gesti. E per avere cura della correttezza dei propri gesti bisogna avere prima riflettuto – e poi stabilito – quale sia il gesto corretto. Bisogna aver dedicato del tempo per interiorizzare un modo di guardare a quello che si sta facendo con l’intenzione di scoprire quali siano le migliori condizioni possibili per svolgere quell’attività al meglio.
Se questa attività fosse, ad esempio, lo studio di come la mente umana conosce il mondo, cioè quella che in filosofia viene chiamata “epistemologia”, a questo punto ci troveremmo davanti a una parola molto impegnativa nel linguaggio della filosofia degli ultimi 250 anni: “trascendetale”. Parola che spaventa e che fa venire voglia di smettere di leggere, ma che può essere riportata alla quotidianità dell’artigiano, del falegname che smette di piallare l’asse di legno che ha davanti per chiedersi quale sia il miglior modo di piallare quell’asse di legno. Nel momento in cui si chiede come fare bene quello che potrebbe comunque già fare in modo meccanico compie un gesto “trascendentale”: guarda a quali siano le condizioni di possibilità per fare quello che sta facendo.
La filosofia è andata separandosi dalle altre attività nel corso dei secoli: i primi filosofi erano scienziati, inventori, medici che – come tutti le persone coscienziose – quando svolgevano il proprio lavoro si chiedevano come farlo meglio. Da questo passo iniziale, le domande si fanno sempre più generali fino a diventare “la filosofia” raccontata nei corsi di storia della filosofia e poi separarsi da tutto il resto, come è capitato a ogni attività in questa nostra epoca di netta frammentazione dei saperi. Ma il gesto filosofico iniziale rimane lo stesso: uscire dalla ripetizione meccanica e domandarsi com’è che è possibile fare quello che si sta facendo e su come sia possibile poterlo fare meglio. I pesci nuotano senza sapere come fanno (così come anche molti persone che galleggiano non sanno cosa stia succedendo, semplicemente galleggiano), ma per diventare un istruttore di nuoto bisogna aver riflettuto a lungo su come funzionano le cose e su come fare per insegnarle.
Se le cose stanno così – anzi: se accettiamo di vedere che le cose possono essere dette anche in questo modo – allora sono davvero tante le persone che si comportano in modo filosofico, sebbene a propria insaputa. Tutti quelli che, nel fare quello che fanno, alzano lo sguardo dalla semplice ripetizione meccanica per avviare un percorso di domande su quello che stanno facendo: percorso che in pochi passi porta a questioni di senso di quello che si sta facendo. I “filosofi” usualmente detti sono quelli che lo fann applicandolo al campo specifico del pensiero, ma non c’è ragione per negare che l’impulso filosofico stia in ogni attività, che sia anzi indispensabile per farla meglio. Anche in questo senso si può parlare di una filosofia applicata, guardando a tutte le persone che si fermano in un gesto che a, sebbene a loro insaputa, è “trascendentale”.
Riccardo Bianchini è avvocato, formatore e scrittore, laureato in scienze filosofiche. Fa parte del gruppo Rizoma F. Una delle principali attività portate avanti da Rizoma F è il Corso di perfezionamento Filosofia IN Pratica organizzato dall’Università degli Studi di Firenze, prossimo all’avvio del quinto ciclo annuale
Foto: Geon Tavares su Unsplash
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Pratiche di consapevolezza è una raccolta ragionata di esercizi e pratiche di meditazione sviluppate da Thich Nhat Hanh in sessant’anni di insegnamento. Un invito a introdurre nei diversi momenti e nelle varie occasioni della giornata semplici ed efficaci esercizi per vivere ogni momento con consapevolezza. Per meditare non è necessario recarsi in un tempio buddhista o sedere nella posizione del loto a occhi chiusi nella propria camera. Da sempre Thich Nhat Hanh, considerato uno dei maggiori maestri viventi del Buddhismo impegnato, insegna l’importanza di riportare continuamente l’attenzione al respiro e al momento presente mentre siamo immersi nelle mille faccende del quotidiano. Rispondere al telefono, affrontare un diverbio con i nostri figli o con la persona amata, consumare i pasti da soli o in famiglia, recarsi a lavoro, lavare i piatti o sparecchiare la tavola, prepararsi a un viaggio o andare a fare la spesa diventano preziose occasioni per accrescere la nostra consapevolezza e scoprire la bellezza di ancorarsi al momento presente anche nei momenti più difficili della vita. Suddiviso in diverse sezioni – pratiche quotidiane, vita di relazione, pratiche del corpo, pratica del cibo, pratiche con i bambini – il volume suggerisce per ogni momento della giornata la meditazione più adatta, facile da praticare e di grande efficacia.


